Nell’Occidente in fase di restaurazione anche la monarchia è un’opzione
Ascanio Bernardeschi
Centro Studi Domenico Losurdo
info@centrostudilosurdo.com
ABSTRACT
L’articolo analizza criticamente un testo pubblicato da RaiNews il 1° maggio, nel quale la monarchia britannica viene presentata come modello di continuità istituzionale in un’epoca segnata dalla crisi delle democrazie occidentali. Tale narrazione si inserisce nella più ampia tendenza delle élite occidentali a sacralizzare la forma istituzionale e a neutralizzare il conflitto politico. Dopo aver discusso i limiti delle principali tradizioni democratiche borghesi il testo riferisce della la prospettiva della democrazia radicale (Laclau, Mouffe) e sviluppa una critica marxista e gramsciana, mostrando come la monarchia funzioni oggi come feticcio ideologico dell’Occidente in declino, volto a mascherarne la crisi di egemonia. Il saggio sostiene la necessità di rifiutare la sacralizzazione della forma e di ricostruire un’egemonia alternativa fondata sulla trasformazione e non sulla restaurazione.
This article offers a critical reading of a piece published by RaiNews on May Day, which presents the British monarchy as a model of institutional continuity in an era marked by the crisis of Western democracies. This narrative fits within a broader tendency among Western elites to sacralize institutional forms and neutralize political conflict. After examining the limits of main bourgeois democratic traditions, the article reports on radical democratic theory (Laclau, Mouffe) and develops a Marxist and Gramscian critique. It shows how the monarchy today functions as an ideological fetish of a declining West — a screen for its deepening hegemonic crisis. The essay argues for rejecting the sacralization of form and for rebuilding an alternative hegemony grounded on transformation rather than restoration.
KEYWORDS
Monarchia, Gransci, Marx, egemonia, restaurazione, conflitto sociale, guerra
Introduzione: un articolo che neutro non è
Il 1° maggio – giornata internazionale del lavoro, simbolo dei movimenti operai e della conflittualità sociale – RaiNews pubblica un articolo dedicato al viaggio di Carlo III a Washington e alla sua “lezione silenziosa” a Donald Trump[1].
Anche se la coincidenza può essere casuale, la scelta editoriale è significativa: nel giorno dedicato alla classe lavoratrice, la redazione decide di parlare della monarchia come modello di continuità istituzionale.
L’articolo RaiNews non è importante in sé. È importante perché, al di là delle reali intenzioni dell’autore, rappresenta un modo di pensare che è oggi dominante nelle élite occidentali: un modo di pensare che teme il conflitto, che sacralizza la continuità, che feticizza le istituzioni, che depoliticizza la crisi, che trasforma la monarchia in simbolo di stabilità, che rifiuta di vedere la realtà materiale del potere. È un discorso che la sinistra deve imparare a riconoscere, criticare e superare.
Per questo lo prendiamo a pretesto per alcune riflessioni.
Negli ultimi anni, la crisi dell’egemonia occidentale ha assunto una forma sempre più esplicita e conflittuale. Il progressivo indebolimento della capacità statunitense di organizzare l’ordine internazionale – economico, politico e simbolico – ha aperto una fase di instabilità sistemica in cui la competizione tra potenze si intreccia con la crisi interna delle democrazie liberali. L’insediamento di governi di estrema destra, la guerra in Ucraina, il riassetto del Medio Oriente, la crescente assertività della Cina e il ritorno della logica dei blocchi non sono fenomeni isolati: sono manifestazioni di un processo storico in cui l’Occidente, incapace di confermare la propria egemonia, tende a rispondere alla crisi con un irrigidimento delle proprie forme politiche e con un ricorso crescente all’autoritarismo e allo strumento militare. In questo quadro, la retorica della “continuità” istituzionale – che si tratti della NATO, dell’Unione Europea o, come nel caso dell’articolo di RaiNews, della monarchia britannica – diventa oggettivamente un dispositivo ideologico volto a mascherare la perdita di capacità direttiva e a presentare come necessaria una restaurazione dell’ordine esistente. La guerra, reale o potenziale, diventa così il rovescio della medaglia della crisi democratica.
L’articolo, un’intervista al prof. Andrea Molle, presenta una tesi unitaria, espressa con tono istituzionale: la monarchia costituzionale sarebbe un dispositivo di continuità capace di limitare la volatilità della politica contemporanea.
La tesi di fondo, presentata come analisi neutrale, è invece profondamente politica: è un esempio paradigmatico dell’ideologia della continuità, tipica delle élite occidentali in crisi.
La monarchia come dispositivo di continuità
L’articolo si presenta come un’analisi del viaggio di Carlo III a Washington e del suo “contrasto silenzioso” con Donald Trump. La forma di intervista permette alla redazione di favorire l’esposizione di una tesi unitaria senza assumersene la responsabilità personale. Le domande sono costruite come inviti all’analisi, mentre le risposte assumono la forma di brevi saggi, sia pure privi di riferimenti empirici, di fonti, di citazioni, di contesto.
È un testo che parla dall’alto, con un tono istituzionale. Il suo nucleo teorico si articola in tre passaggi fondamentali.
- La distinzione tra autorità performativa e autorità istituzionale. Il saggio contrappone due forme di autorità: quella “performativa”, attribuita a Trump, che vive di visibilità, di esposizione, di conflitto permanente; quella “istituzionale”, incarnata da Carlo III, che non compete, non si espone, non si legittima attraverso il consenso, ma attraverso la continuità. In un passaggio significativo vi si afferma che la monarchia «non entra nel conflitto politico, ma ne definisce implicitamente i limiti». Questa frase è il cuore dell’intero impianto ideologico.
- La funzione dei rituali come garanzia di stabilità. L’articolo insiste sul ruolo dei rituali monarchici come elementi di continuità. La ritualità è presentata come antidoto alla volatilità della politica contemporanea, come se la forma simbolica potesse compensare la crisi materiale delle istituzioni. È un tratto tipico dell’ideologia istituzionalista: la convinzione che la stabilità sia un valore in sé, indipendente dai rapporti sociali che essa preserva.
- La monarchia come modello funzionale per le democrazie in crisi. Il passaggio più rivelatore è quello in cui vi si suggerisce che la monarchia costituzionale possa offrire “una lezione” alle democrazie occidentali, in particolare a quelle attraversate da fenomeni populisti. La monarchia diventa così un modello funzionale da imitare nella sua capacità di produrre continuità.
È una tesi profondamente politica, anche se presentata come analisi neutrale. Sel contesto è costituito dall’Occidente in declino e in cerca simboli di stabilità. Il sottotesto è chiaro: la monarchia appare come un residuo di stabilità in un mondo che cambia troppo rapidamente. È un discorso che si inserisce perfettamente nella narrativa delle élite occidentali degli ultimi vent’anni: di fronte alla perdita di egemonia globale, si cerca rifugio nella forma, nei simboli, nei riti, nella continuità.
Ma c’è un ulteriore elemento che l’articolo di RaiNews rimuove completamente: la monarchia non è soltanto un dispositivo simbolico di continuità, è anche una violazione strutturale del principio democratico dell’uguaglianza. In una democrazia, nessuna carica dovrebbe essere attribuita per nascita, nessun ruolo istituzionale dovrebbe essere ereditario, nessun potere dovrebbe essere sottratto al controllo popolare. La monarchia costituzionale, anche nella sua versione “decorativa”, introduce un’eccezione al principio: afferma che alcuni individui, per il solo fatto di appartenere a una dinastia, incarnano la continuità dello Stato. È un residuo aristocratico che contraddice l’idea moderna di cittadinanza eguale. Presentarla come modello di stabilità significa accettare che l’uguaglianza democratica possa essere sospesa in nome della forma. È un prezzo che non solo i comunisti ma nessuna forza democratica dovrebbe considerare accettabile.
Il fatto che questo articolo sia stato pubblicato il 1° maggio è un dettaglio che non può essere ignorato. Anche se fosse casuale, la coincidenza segnala una priorità simbolica: nel giorno dedicato alla classe lavoratrice, si parla delle virtù della monarchia. È un gesto rivelatore di una gerarchia di valori: la stabilità istituzionale viene prima del conflitto sociale. E questo è già un indizio del posizionamento politico implicito del testo.
Quasi in contemporanea il caso, con involontaria malizia, ci propina un altro esempio. Pochissimi giorni dopo esce un articolo di Andrea Iannuzzi[2], a commento dell’attacco verbale di Trump al Papa e della risposta del Vaticano: «il vantaggio di Leone è che lui non ha bisogno di consensi, non deve gestire il potere temporale, né affrontare le elezioni di midterm». Insomma i poteri immuni dal controllo popolare hanno un vantaggio.
Le tradizioni democratiche borghesi e il loro conservatorismo implicito
Prima di arrivare alla critica marxista, è utile mostrare come anche le tradizioni democratiche borghesi – perfino quando progressiste nelle intenzioni – condividano un tratto conservatore: la sacralizzazione della forma istituzionale.
Il repubblicanesimo classico, da Machiavelli a Pettit, definisce la libertà come non-dominazione. Per garantirla, occorrono istituzioni stabili, capaci di limitare l’arbitrio. Machiavelli, nei Discorsi[3], insiste sulla necessità di “ordini” che mantengano la repubblica in equilibrio. Pettit, nella teoria contemporanea[4], sostiene che la libertà richiede controlli istituzionali e forme stabili.
L’articolo RaiNews, quando attribuisce alla monarchia la funzione di «definire i limiti del conflitto», riecheggia questa tradizione ma lo fa in modo distorto: Machiavelli vedeva il conflitto come forza vitale della repubblica, l’articolo lo vede come problema da contenere.
Per il liberalismo procedurale di Habermas[5] la legittimità democratica nasce dalla procedura, non dal contenuto. La democrazia è giusta se le sue procedure sono giuste. Questa visione produce un effetto conservatore: la forma diventa più importante del conflitto, la stabilità diventa più importante della trasformazione, la continuità istituzionale diventa un valore in sé. Anche questa logica è incarnata perfettamente nel testo anonimo.
Veniamo alla razionalizzazione di Weber, il pensatore che più ha influenzato la cultura amministrativa occidentale. La sua analisi della burocrazia come forma di razionalizzazione del potere[6] ha plasmato l’immaginario delle élite politiche. Quando si elogia la monarchia come “autorità non competitiva”, si riproduce di fatto questa logica weberiana: la politica è vista come amministrazione dell’ordine, non come trasformazione.
Le tradizioni borghesi convergono quindi su un punto: la forma istituzionale è il fondamento della legittimità. È questo il punto di convergenza da cui non si distacca minimamente l’articolo di RaiNews: la monarchia è forma, la continuità è forma, la misura è forma, la stabilità è forma. Il conflitto, invece, è presentato come rischio, volatilità, polarizzazione, patologia.
Non occorre grande fiuto intellettuale per scoprire il carattere conservatore di questa visione.
La critica radicale: Laclau, Mouffe e la centralità del conflitto
La democrazia radicale mostra che la politica non è armonia, ma antagonismo.
Per Laclau, la politica nasce quando il sociale si frattura, quando emergono domande che non possono essere integrate nell’ordine esistente. Il populismo, in questa prospettiva, non è una patologia, ma una forma di espressione delle domande insoddisfatte[7]. Nell’elogio del ruolo della monarchia si compie l’operazione opposta: l’emergere di domande insoddisfatte sono presentate come minaccia, la continuità come bene comune, il conflitto come rischio. È una visione che nega la natura costitutiva del conflitto.
Chantal Mouffe ha mostrato come la democrazia liberale tenda a trasformare il conflitto in consenso, a depoliticizzare le differenze (ciò che ella chiama “post-politica”), a presentare l’ordine esistente come l’unico possibile[8]. Nella sostanza è una sorta di replica al TINA (There Is No Alternative) della Tatcher.
L’articolo RaiNews è un esempio perfetto di questa logica: la monarchia è presentata come “autorità non competitiva”, il conflitto è visto come polarizzazione, la politica è ridotta a gestione della misura, la crisi democratica è interpretata come crisi di stile, non di sostanza.
La neutralizzazione del conflitto non è un fenomeno isolato. È parte della crisi dell’egemonia occidentale. Negli ultimi trent’anni, le democrazie liberali hanno progressivamente svuotato la rappresentanza, trasformato le decisioni politiche in questioni apparentemente tecniche (affidate sovente a esperti o banche centrali), delegato il potere a istituzioni non elettive – il modello istituzionale dell’Unione Europea ne è un esempio lampante –, ridotto il dissenso a problema di ordine pubblico e trasformato la politica in semplice amministrazione. Il populismo diviene quindi una minaccia alla stabilità. In realtà esso, perfino nei suoi aspetti più beceri, è il sintomo della crisi dell’ordine liberale, non la sua causa.
Nel discorso RaiNews, la monarchia non è descritta per quello che è (una forma di governo ereditaria) ma diventa un feticcio: un oggetto simbolico che promette stabilità in un mondo instabile. È la stessa logica che Habermas chiamerebbe “compensazione simbolica”: quando la sostanza del potere si indebolisce, la forma viene sacralizzata.
Tuttavia, anche la prospettiva di Laclau e Mouffe presenta un limite decisivo dal punto di vista marxista. La loro nozione di “popolo” è costruita in modo eminentemente soggettivistico: il popolo non è considerato una realtà sociale all’interno della quale la collocazione in classi è determinata da rapporti materiali (come la posizione nel processo produttivo), ma una somma di individualità. È il risultato di un processo discorsivo con cui, nel caso di Mouffe, una serie di domande insoddisfatte di individui eterogenei viene collegata politicamente da una catena di equivalenze che un leader o un discorso egemonico riescono a costruire. Questa catena produce un “noi” contrapposto a un “loro”. Il popolo è quindi un’identità politica costruita, non un gruppo sociale oggettivo (come potrebbe essere, per esempio, la classe lavoratrice).
Anche per Laclau il conflitto non nasce dai rapporti di produzione, ma da una frattura discorsiva da un significante vuoto (“popolo”, “nazione”, “democrazia”) che unifica domande diverse; da un leader o da un discorso che articola questa equivalenza. Per entrambi quindi il conflitto è antagonismo discorsivo (cioè di parole e di simboli), non antagonismo di classe. In questa visione, le classi sociali scompaiono come categorie analitiche: non esistono più proletariato, borghesia, blocchi sociali, ma solo domande eterogenee che possono essere articolate in un “noi” politico. È una teoria che coglie bene la dimensione simbolica del conflitto, ma che finisce per oscurarne la radice materiale. Per un’analisi marxista, invece, il conflitto non nasce da una costruzione discorsiva, ma dai rapporti di produzione (per esempio dal rapporto fra chi possiede i mezzi di produzione e chi lavora). Senza questa dimensione, il populismo rischia di diventare una forma di mobilitazione priva di direzione di classe, facilmente riassorbibile nell’ordine esistente.
La crisi dell’Occidente e la perdita di egemonia
L’argomento RaiNews non può essere compreso pienamente se non lo si colloca nel contesto più ampio della decadenza democratica dell’Occidente e della sua progressiva perdita di egemonia su scala mondiale.
Negli ultimi trent’anni, l’Occidente ha attraversato una crisi profonda, segnata dal declino relativo rispetto alle economie emergenti, dalla stagnazione dei salari, dalla precarizzazione del lavoro, dalla finanziarizzazione, da recessioni ricorrenti e dalla perdita di attrattività del suo discorso economico, politico e culturale, soprattutto, ma non solo, nella parte del globo fino a pochi decenni fa ad esso assoggettato di fatto, quando non anche formalmente.
Di fronte a questa crisi, le élite occidentali hanno reagito non con la trasformazione, ma con la conservazione nei casi migliori, con la regressione nei peggiori. Non si è risposto con il conflitto, tranne casi isolati, ma con la neutralizzazione del conflitto, non con la politica, ma con la post‑politica. È in questo contesto che si comprende l’elogio della monarchia come “funzione di continuità”.
La democrazia occidentale è in crisi non perché è troppo conflittuale, ma perché è troppo poco conflittuale. La rappresentanza si è svuotata, non esistono più partiti che rappresentino i ceti popolari, tanto meno lo fanno le istituzioni – addirittura i sistemi elettorali proibiscono nella sostanza questa rappresentanza –, le istituzioni sono percepite come distanti, le decisioni sono prese da organismi tecnici o sovranazionali, la politica è ridotta a gestione dell’esistente.
Le classi dominanti sono ben consapevoli di questa crisi fino al punto di caldeggiare la fine delle costituzioni con caratteri sociali sorte dopo la sconfitta del fascismo[9] o di impegnarsi nell’attuazione di gran parte del “programma di rinascita democratica” della P2 di Licio Gelli[10] o, infine di promuovere l’accesso della destra estrema in molti governi. Fanno parte di questo trend in Italia le leggi elettorali maggioritarie, la concentrazione dei media in pochissime e grasse mani, il tentativo di mettere le mani sulla magistratura, i decreti sicurezza, il tentativo di “semplificare” il sistema politico orientandolo verso il presidenzialismo.
Sul piano economico le classi dominanti hanno sostenuto politiche ispirate alla scuola economica di Chicago di Milton Friedman, non casualmente sperimentate per la prima volta nel Cile di Pinochet. È chiaro che per imporle ai lavoratori, le vittime principali di queste politiche, occorre restringere al massimo i loro spazi di resistenza e il loro accesso alla politica.
L’Occidente non è più in grado di proporre un modello universale di sviluppo, democrazia, modernità. La sua narrazione si è incrinata.
In questo contesto, la monarchia appare come un possibile strumento di continuità culturale in un mondo che non riconosce più la centralità occidentale.
L’articolo RaiNews rivela una nostalgia implicita: nostalgia per un ordine stabile, nostalgia per istituzioni che non cambiano, nostalgia per un potere che non deve legittimarsi, nostalgia per un mondo in cui l’Occidente era il centro. È la nostalgia delle classi dirigenti occidentali, che non riescono più a governare il presente e si rifugiano nel passato. Anche il revisionismo storico e la riabilitazione del fascismo possono essere letti in questo contesto.
La critica marxista e gramsciana: smascherare l’ideologia della continuità
Ora che abbiamo mostrato i limiti delle tradizioni borghesi, possiamo passare alla critica del formalismo conservatore da un punto di vista marxista e gramsciano.
Se l’articolo che ci ha dato il pretesto di questa disamina attribuisce alla monarchia una funzione di “continuità” e “stabilità”, Marx, nel 18 Brumaio[11], ci ricorda che «la tradizione di tutte le generazioni morte pesa come un incubo sul cervello dei viventi».
La continuità istituzionale non è mai neutrale: è la continuità dei rapporti sociali ed economici di classe che quelle istituzioni incarnano. Fa parte dell’apparato ideologico che riproduce i rapporti di potere. Per questo l’articolo non accenna a chi beneficia della stabilità e chi ne è penalizzato.
Attribuendo ai rituali monarchici una funzione di “misura” e “distanza”, presentandoli come antidoti alla polarizzazione, si è coerenti con il tentativo di preservare ciò che Gramsci definisce egemonia: la capacità delle classi dirigenti di presentare i propri valori come universali, naturali, inevitabili, senza considerare che è possibile un loro rovesciamento, una contro egemonia.
Per Marx ed Engels la continuità non è un bene universale. Per essi l’ideologia è proprio questo: la rappresentazione degli interessi particolari come interessi universali. Per Gramsci, il conflitto non è un problema: è la condizione della trasformazione. Svalutare il conflitto significa difendere l’ordine esistente.
Pertanto la sinistra non può accettare la neutralizzazione del conflitto, la sacralizzazione della continuità, la feticizzazione delle istituzioni, la post‑politica come destino. Deve tornare a essere forza di trasformazione. Deve ricostruire un’egemonia alternativa, capace di affrontare la crisi dell’Occidente non con la nostalgia, ma con la possibilità e la necessità del cambiamento che sono rese ancor più visibili dagli enormi progressi della Cina e dei paesi che, pur fra mille difficoltà e fra gli ostacoli di ogni tipo che l’Occidente loro frappone, senza esclusione di colpi, stanno sperimentando vie alternative di sviluppo.
La tendenza a rifugiarsi nella forma quando la sostanza vacilla, pur presentandosi come analisi istituzionale, riproduce una visione del potere che è conservatrice nelle forme, post‑politica nei contenuti, e ideologica nelle implicazioni.
La sinistra – se vuole tornare a essere forza storica e non semplice amministratrice dell’esistente – deve imparare a riconoscere e smascherare questa ideologia della continuità come bene universale a non accettare questa naturalizzazione dell’ordine esistente. La continuità non è mai neutrale: è la continuità dei rapporti di produzione, delle gerarchie sociali, delle forme di dominio.
Quando un’istituzione ereditaria viene presentata come modello di stabilità, ciò che si sta difendendo non è la stabilità in sé, ma la stabilità di un ordine sociale che si avvale strumentalmente di quella forma.
Il conflitto non è una patologia: è la condizione della democrazia. Una democrazia senza conflitto è una democrazia senza popolo. Una democrazia senza antagonismo è una democrazia svuotata.
La sinistra deve rivendicare il conflitto come forza creativa, non come minaccia.
Gramsci ci insegna che nei momenti di crisi organica “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Rai News ci mette involontariamente di fronte a questo interregno nel tentativo di difendere il vecchio attraverso la sacralizzazione della forma.
Ma la sinistra non può limitarsi a denunciare la crisi dell’Occidente: deve costruire una nuova egemonia. Una nuova egemonia che riconosca il conflitto, affronti le disuguaglianze, ricostruisca la rappresentanza, restituisca alla politica la sua dimensione trasformativa, torni a essere forza di trasformazione, non di conservazione.
La politica deve tornare a essere pensata come costruzione di un nuovo ordine, non come difesa del vecchio, deve tornare a parlare di potere, di classe, di egemonia, di conflitto. Solo così potrà affrontare la crisi dell’Occidente non con la nostalgia, ma con uno sguardo al futuro.
Bibliografia
- Brown, 2015 – Undoing the Demos: Neoliberalism’s Stealth Revolution, Zone Books, New York.
Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, 1985 – Piano di rinascita democratica , Atti parlamentari, Roma.
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- Iannuzzi, 2026 – Trump-papa, parole e Parolin, «la Repubblica», prima pagina, 5 maggio 2026.
- Laclau, 2005 – On Populist Reason, Verso, London – New York.
- Machiavelli, 1996 – Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Ed. Rizzoli, Milano.
- Machiavelli, 2022 – Il Principe, ed. Donzelli.
- Marx, 2022 – Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori Riuniti, Roma.
- Marx e F. Engels, 1972 – L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma.
J.P. Morgan, 2013, The Euro Area Adjustment: About Halfway There, J.P. Morgan, London, 28 May 2013.
- Mouffe, 2000 – The Democratic Paradox, Verso, London – New York.
- Pettit, 1997 – Republicanism: A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press, Oxford.
RaiNews, 2026 – Re Carlo III a Washington: la lezione (silenziosa) che spiazza Trump, intervista ad Andrea Molle, 1° maggio 2026 (https://www.rainews.it/articoli/2026/05/re-carlo-iii-a-washington-la-lezione-silenziosa-che-spiazza-trump-fce15dd0-9379-4c7a-a544-ac78f0a920e9.html).
- Weber, 2022, Economia e società, ed. Donzelli, Roma.
Note
[1] RaiNews del 1° maggio 2026, sezione “Storia di RaiNews.it”, Re Carlo III a Washington: la lezione (silenziosa) che spiazza Trump(https://www.rainews.it/articoli/2026/05/re-carlo-iii-a-washington-la-lezione-silenziosa-che-spiazza-trump-fce15dd0-9379-4c7a-a544-ac78f0a920e9.html).
[2] A. Iannuzzi, 2026.
[3] Machiavelli, 1996.
[4] Petit, 1997.
[5] Habermas, 1996.
[6] Weber, 2022.
[7] Laclau, 2005.
[8] Mouffe, 2000.
[9] Il 28 maggio 2013 è apparso lo studio di un gruppo di lavoro della banca d’affari statunitense J.P. Morgan, considerata dal governo USA responsabile della crisi dei subprime, che recita: «I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea […] C’è forte influenza delle idee socialiste». (J.P. Morgan, 2013)
[10] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, 1985.
[11] Marx, 2022.